Mauro Vettore
La sensazione che queste opere trasfondono si percepisce nel lento avvicinarsi ad esse, un percorso che svela messaggi di crudele attualità. L’abile accostamento dei materiali evoca angoscianti contenuti. E la scelta degli stessi, raccoglie una storia densa di significati che lentamente si rivela agli sguardi attenti di chi cerca nell’arte non solo concetti ma soprattutto emozioni. Lontano dalla volontà di stupire l’artista è in realtà un cronista di immagini. Le croci dipinte, le impronte sanguinanti, i proiettili conficcati, rappresentano semplicemente quello che sono. Simboli che, insistendo, in una voluta casualità, su tavole d’olivo, ligneo emblema di pace e fratellanza, evidenziano con immediatezza l’orrore di ogni guerra. La volontà di fermare le violenze sembra infatti leggersi in quelle mani imbrattate poggiate sull’antico legno. E’ la sofferenza il motivo dominante, il pensiero che filtra da ogni tavola. L’ossessivo stillare degli incastri rimanda alla quotidiana sollecitazione dei media. Immagini di guerre lontane in zone che non ci appartengono, dove i colpi d’arma da fuoco non sembrano colpire nessuno. Il sangue non si vede, il dolore non si sente. Inevitabile quindi, la scelta di questo legno, l’olivo. Una pianta antica dall’aspetto tormentato che contiene la durezza delle zone a cui appartiene. Ed i simbolismi ritornano nella scelta dei cristalli trasparenti che, conficcati anch’essi nelle venature del millenario elemento, esumano conflitti tristemente dimenticati. Diamanti insanguinati estratti nel continente africano per finanziare l’acquisto di armi ed alimentare efferati combattimenti. Le piccole impronte rosso carminio denunciano con straordinaria potenza le migliaia di bambini soldato utilizzati in questo scempio giornaliero che pare non scuotere più alcuna coscienza. Soffermarsi a guardare, carpire emozioni, sentire gli odori, scoprire i messaggi e stringerli a sé non vuole essere una mera esperienza interattiva quanto un coraggioso atto di consapevolezza. Un invito per lo spettatore ad una diversa lettura di intensa compenetrazione. Un nuovo accostarsi ad un’arte scevra da furbi sensazionalismi e da tiepidi scandali. Perché, in fondo, non si ritenga, come denuncia Celant, l’arte contemporanea senza scampo o l’artista un servitore di corte. Talvolta è confortante osservare che nuovi talentuosi “artigiani” documentano gli orrori del nostro tempo con straordinaria umiltà.
C. F.
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